IL PUNTO DI VISTA PSICOMOTORIO
Lo psicomotricista vede il disturbo presentato dal bambino come una discrepanza del rapporto tra mente e corpo che si evidenzia nell'atto motorio in chiave relazionale.
Il tono e la postura, sono due elementi specifici dell'azione psicomotoria (Ajuriaguerra). Ma il tono e la postura si evidenziano nella motricità, quindi se si bonifica la motricità si può arrivare a un diverso rapporto tra mente e corpo.
È nella motricità, che si può sperimentare il collegamento più o meno forte tra il pensare e l'agire.
Il terapista si deve porre in una situazione di ascolto profondo verso il bambino amplificandone il suo agire e modificandone le sue parti inadeguate, nel rispetto dell'individualità del bambino, dei suoi tempi, della sua disponibilità, ..., favorendo il recupero armonico del suo sviluppo.
Il terapista deve in tutto questo deve creare i presupposti utili per far sì che il bambino possa elaborare, interiorizzare i vissuti, le esperienze fatti nella stanza.
Quest'ultimo concetto non è altro che un momento di crescita per il bambino che gli permette ogni volta di salire un gradino in più della scala dello sviluppo.
Psicomotricità:
“Termine che si riferisce alla attività motoria in quanto influenzata dai processi psichici e in quanto riflettente il tipo di personalità individuale. La psicomotricità studia ed educa l'attività psichica attraverso il movimento del corpo.”
Terapia Psicomotoria
La terapia psicomotoria sorge dalle professioni del movimento:
1. educazione fisica
2. danza
3. ritmica
4. espressione corporea
Per questi motivi, i contenuti delle sue attività sono spesso affini a quelle delle professioni sopraccitate, infatti, molte volte viene confusa con qualcuna di essi.
Ciò che distingue invece la psicomotricità da altre discipline sono gli scopi e i modi con i cui i contenuti sono proposti: lo scopo non è la prestazione, la performance sportiva o artistica.
Il movimento è un mezzo per armonizzare lo sviluppo della personalità e non un fine.
Pensiero è azione
Henri Wallon commentando lo sviluppo del bambino affermò che il “Pensiero è Azione” o viceversa.
Il pensiero è azione perché il bambino con il suo corpo e il movimento esprime le sue emozioni e la sua vita affettiva.
L' azione è pensiero perché agendo con gli oggetti, esplorando lo spazio, scoprendo il suo corpo, accede alla capacità di rappresentazione di sé e degli altri, quindi al pensiero.
Questo concetto viene riportato in questa pagina, proprio perchè si vuole sottolineare ancora di più l'importanza del movimento del corpo.
Infatti il terapista della psicomotricità sfrutta moltissimo l'azione del bambino, inteso come movimento del corpo, per permettere al bambino accesso in maniera piacevole a dimensioni come il pensiero e rappresentazione dei suoi vissuti o difficoltà.
In modo che il bambino possa percepire i suoi limiti per poterli accettare, ma sopratutto sviluppare le sue potenzialità, che a loro volta trascinano verso lo sviluppo le difficoltà.
Cosa pensa il bambino
· Chi è questo signore?
· Cosa vuole da me?
· Perché io dovrei giocare con lui?
Queste domande che inizialmente il bambino si pone, nel tempo si trasformano in:
· Come e cosa farò in quel luogo?
Quindi le domande non si articolano solo sulla persona, ma sull'accadere.
È questo accadere nel luogo e nel tempo della seduta che il bambino riconosce come proprio, personale, individuale.
Chi è il terapeuta della psicomotricità
Il terapista della psicomotricità è uno strumento che permette al bambino di accedere a una consapevolezza della propria identità corporea, consapevolezza fondamentale per giungere alla capacità di rappresentare emozioni proprie.
L'obiettivo del terapeuta è quello di aiutare il bambino ad essere in grado di “pensare il suo pensiero”. Accompagna il bambino nel suo percorso non condizionato dal terapista, costruito interamente dal bambino.
Il terapista si colloca al lato del bambino per collaborare in una ricerca personale delle proprie emozioni e delle parole che le rappresentano.
Il terapista della psicomotricità, amplifica la spontaneità del bambino, gli permette di mettere in pratica la voglia di agire o di non agire che ha dentro, rendendo ogni suo gesto, parola, azione unica ed utile per il raggiungimento e la risoluzione della domanda di aiuto che il bambino esprime attraverso il suo essere.
Chi la può svolgere la terapia psicomotoria
La terapia psicomotoria è indicata per i bambini compresi in una fascia di età che mediamente va dai primi mesi di vita agli 11/15 anni. Anche se, si possono trovare alcune differenze tra le teorie di alcuni autori sui valori sopra indicati.
La durate non è preventivamente quantificabile; anche perchè dipende da molti fattori, ma in modo indicativo è situata in un periodo che va da 1 a 3 anni.
Ovviamenti i dati riportati qui sopra possono subbire delle variazioni:
· dalla gravità della patologia del bambino
· dalle sue capacità
· dalle sue potenzialità
· dalla modalità di collaborazione da parte dei:
o genitori
o insegnanti
· dalla modalità di collaborazione tra le varie figure sanitarie
· dalla professionalità e motivazione da parte del terapista
Il tempo in psicomotricità
I tempi della pratica psicomotoria sono ben strutturati, le sedute non devono capitare per caso senza che il bambino possa aspettarle, desiderarle in ogni caso pensarle.
Quindi è opportuno spiegare al bambino che in quel posto a quella ora, in quel giorno, si fa quel tipo di attività.
È opportuno, stabilire le frequenze delle sedute. Per alimentare il desiderio, ma al tempo stesso distanziata da permettere l'elaborazione del desiderio stesso, nel bambino, risulta sufficientemente intesa una scadenza bisettimanale.
I tempi della seduta possono essere contenuti entro i 50/60 minuti, compresi i rituali d'inizio.
Lo spazio della stanza di Psicomotricità
Lo spazio della stanza di terapia psicomotoria è uno spazio “pensato dall'adulto per il bambino”, ed è il primo grande segnale di attenzione al suo desiderio.
L'allestimento prevede un'area legata al senso-motorio : questa area è costituita da:
· Spalliere
· Scivoli
· Materassi
· Materiale da cui e su cui è possibile salire, scendere, cadere, saltare soprattutto verso il basso, attraverso una struttura obliqua in cui ogni bambino possa decidere l'altezza da cui saltare.
In questa area il bambino è prevalentemente impegnato in azioni di trasformazione a livello del suo corpo reale, con stimolazione propriocettive legate ai repentini cambiamenti pasturali.
Un altro luogo legato all'espressività motorie è quello in cui si concentrano gli oggetti o materiale non strutturato necessario ad un'attività che noi definiamo di gioco simbolico , in cui la matrice rappresentazionale comincia a differenziarsi dal proprio corpo.
In questa area il bambino sperimenta frequentemente la “mobilità” dell'esperienza: uno dei poli essenziale per la costruzione del sé.
· Il costruire e il distruggere,
· l'apporre e lo scomporre di forme,
· il dentro e il fuori
· L'equilibrio e il disequilibrio
Tutto questo, attraverso la mediazione dell'oggetto, attivano nel bambino infinite possibilità di creazione attraverso schemi di azioni favoriti in maniera diretta e in diretta dall'adulto.
Nell'area della rappresentazione plastica, che è legata ad uno spazio ben delimitato, in cui si può accedere in un secondo momento, il bambino vive una fase di minor coinvolgimento corporeo.
Qui, il bambino lascia delle tracce di sé.
È il luogo della:
· rappresentazione grafica,
· delle costruzioni di legno
· della creta da modellare
· delle favole da raccontare.
Queste aree così predisposte sono messe a disposizione dei bambini, quindi potranno essere utilizzati, ma non confusi. Il percorso all'interno di queste aree è progettato dal bambino, mentre l'adulto è al suo fianco.
La correlazione tra una certa struttura spaziale e le coordinate temporali ad essa è inevitabile.
Gli oggetti, gli attrezzi della psicomotricità
· Palloni
· Funi
· Bastoni
· Blocchetti di costruzioni
· Strumento di base, il dialogo
· Tappeti
· Terapeuta
· Un corpo
· Uno sguardo
Strumenti rivolti all'unico interesse del bambino: l'accesso alla propria corporeità e alla propria parola.
Il gioco nella Psicomotricità
Oltre ad essere un importante espressione della vita affettiva del bambino, il gioco permette di sviluppare:
· abilità motorie
· cognitive
· sociali
in molti bambini con difficoltà, il gioco è inibito, cioè assente nel quotidiano, e questo quasi sempre porta all'esclusione sociale da parte dei coetanei.
Il terapista della psicomotricità crea le condizioni ottimali per l'espressione ludica, e sollecita strategicamente nel bambino le diverse forme di gioco:
· giochi motori
· giochi simbolici.
· giochi con regole
· giochi di costruzione
Quindi diventa un trampolino di lancio per motivare determinate prestazioni le quali, nel quotidiano sono solitamente evitate.
La seduta di pratica psicomotoria ( metodo di Bernard Aucouturier )
L'entrata
Il bambino troverà all'interno della stanza uno scenario che ritorna sempre uguale nelle sue caratteristiche di fondo.
C'è un luogo nella sala dove ogni volta adulto e bambino si riuniscono e dove avvengono alcuni rituali, come il togliere le scarpe o sfilarsi abiti troppo pesanti.
Questo primo spazio, delimita il confine tra il dentro e il fuori della stanza.
Con lo scopo di evocare sensazioni, l'adulto fa domande che possono ricordare la seduta precedente, ascoltare qualche indicazione da parte del bambino, attivare così ricordi che mobilitano il pensiero. Il tutto avviene in un area di piacere e di tranquillità.
L'azione e l'espressività motoria
Il bambino parte e si dirige verso quelle situazioni prescelte e inizia l'attività.
L'adulto è colui che struttura inizialmente la situazione, ma è anche colui che favorisce l'azione del bambino:
· osserva l'azione del bambino
· lo incoraggia e ne amplifica il gioco attraverso strategie indirette che riguardano l'uso di tutti i canali espressivi e comunicativi
· privilegia in modo particolare il suo assetto tonico – posturale come sfondo di apertura dell'esperienza del bambino
· osserva ed agisce sulle dinamiche
· può intervenire sul
o materiale
o sui tempi
o sulle modalità di gioco con lo scopo di favorire le trasformazioni e di far evolvere le fissità che possono presentarsi nella poca abitudine dei bambini al gioco spontaneo.
· Attraverso il controllo del tempo, l'adulto può avviare il bambino verso la fine della seduta.
Espressione plastica
In questo secondo spazio il bambino vive la possibilità di proiettare le rappresentazioni non coscienti di sé ad un altro livello.
L'uscita
Questo momento che non va mai sottovalutato ne affrettato. Il bambino, prima deve vivere un momento di “decompressione” per essere pronto a cambiare contesto.
Le aree di gioco della psicomotricità
· Tonico – emozionale
Si struttura nel dialogo tonico madre – bambino, interessa la sensibilità propriocettiva, quindi la funzione tonica, che dal livello neurofisiologico si trasforma gradualmente in tessuto della relazione; interessa anche la sensibilità labirintica e tattile.
· Pre – simbolico
Nasce dalla qualità delle prime relazioni, dai primi dati sensoriali (soprattutto visivi) che si organizzano intorno al binomio “presenza e assenza” e dalla sensibilità viscerale legata alle sensazioni di “pieno – vuoto”.
· Senso – motorio
È lo spazio ludico che si attiva intorno ai 2 – 3 anni quando sembra completa una prima fase di costruzione della propria identità.
In questa fase diminuendo l'intensità del rapporto tonico – posturale, il bambino si procura piacere da sé attraverso la sua iniziativa nello spazio, attraverso il gioco dei contrasti:
· alto – basso
· orizzontale – verticale
· duro – morbido
In questo luogo l'emozione prende forma attraverso il corpo.
· Simbolico
Questa area si configura come la dimensione della finzione, della costruzione di spazi immaginari, personaggi, relazioni, vicende e storie strutturate ancora attraverso l'azione.
Si passa gradualmente fra i 3 – 7 anni ad un gioco sempre più complesso di proiezioni delle vicende interne fino ad un raffinato gioco di identificazione con i ruoli della realtà vissuta dal bambino.
Attraverso il gioco simbolico si attiva la ricca sfera delle immagini interne accanto alla creazione spaziale ed all'interazione. Le forme della rappresentazione incanalano le emozioni.
· Motorio
In questo gioco il bambino vive una nuova dimensione di piacere meno direttamente collegato all'emozione; e il piacere della ricerca del risultato, della competizione del confronto con un obiettivo esterno attraverso l'anticipazione e la progettazione del movimento.
· Rappresentazione plastica
In questa area il bambino può rappresentare contenuti reali o immaginari, espressi attraverso emozioni motorie molto ridotte:
o Manipolazione di materiali
o Costruzione
o Disegno
o Scrivere in genere
I processi di astrazione e di simbolizzazione, assumono un ruolo dominante
L'emozione è comunque presente, ma sotto una forma diversa.
Possibili approcci in Psicomotricità.
L’impostazione teorica-clinica su cui si fonda la disciplina della Psicomotricità è costituita da una integrazione di più approcci, anche se (tranne in alcuni casi), maggiore rilevanza viene data a quello Psicodinamico. Infatti, giusto spazio trovano gli approcci:
· Comportamentista
· Cognitivista
· Sistemico.
Alcuni di questi o anche tutti, spesso sono adottati contemporaneamente in armonia tra loro.In terapia psicomotoria non ci si avvale di un solo approccio, ma durante lo svolgimento di essa l’uno o l’altro viene adottato secondo la necessità del momento.
giovedì 8 novembre 2007
Psicologia del Bambino
Il bambino.
Il calcio è uno sport di squadra, dunque uno sport in cui il giocatore non può gareggiare senza l’apporto tecnico e tattico dei compagni. Il partecipare ad attività sportive in cui la disciplina praticata prevede l’interazione tra più soggetti appartenenti alla stessa squadra, porta a sentirsi uniti in una collettività cui si può assegnare il nome di gruppo.
Tutti gli appartenenti al gruppo si muovono in campo, interagendo, ed avendo finalità d’intenti ed obiettivi comuni.
Il bambino che si avvicina alla pratica del calcio, ha la necessità di giocare, in forma ludica, ma orientata ed organizzata, in modo da poter eseguire gesti tecnici sotto forma di giochi didattici, e giuochi in cui vi sia una componente prettamente coordinativa e generale d’indirizzo tecnico sportivo. Tutte queste linee guida trovano la loro maggiore applicazione nella psicomotricità. Per psicomotricità si considerano tutte quelle proposte che favoriscono lo sviluppo globale del bambino, nell’aspetto motorio, psicologico e cognitivo; ovvero proposte che aiutano il bambino nella maturazione corporea totale, utilizzando entrambe le mani ed i piedi, stimolando con appropriati esercizi l’uso indistinto di tutti gli arti, e di tutto il corpo. Nell’ambito del gruppo, il soggetto, dovrà conservare una sua identità e personalità. Queste non devono mai essere soppresse anzi esaltate soprattutto nella parte ludica dell’attività sportiva, sfruttando la spontaneità e la fantasia, senza condizionarli in stereotipi esercizi atletici. Non vi è dubbio che lo sport è una variante del giocare. Tuttavia il calcio, essendo uno sport ad alta semeiotricità, dove l’attività avviene in situazioni non sempre facilmente prevedibili, richiede una maturità della funzione motoria ed elevate competenze cognitive.
I bambini cui dedichiamo il nostro tempo, hanno comunemente poca capacità coordinativa e la loro lateralità non è ancora sviluppata, con la conseguente incapacità d’eseguire esercizi preconfezionati.
E’ fondamentale quindi far eseguire esercizi dove ci sia una componente globale, ed il tecnico non deve soffermarsi sull’aspetto di come sono eseguiti sotto il punto di vista tecnico, ma se l’esercizio viene eseguito in modo coordinato
concentrando la nostra attenzione sul controllo corporeo e coscienza corporea che deve avere il bambino.
Il nostro allenamento deve essere sviluppato innanzi tutto con giochi che sviluppano la conoscenza e l’apprendimento in forma divertente, finalizzato ad apprendere uno sport: il gioco del calcio.
Non dobbiamo giocare solo a calcio, ma dobbiamo giocare di più con il calcio!
Quando l’azione motoria assume il significato di mezzo operativo per raggiungere uno scopo, viene indicata con il termine strategico-tattica. Attraverso questi comportamenti il bambino esprime col gioco il linguaggio universale del corpo: il movimento. Ci sono bambini molto disponibili ad apprendere nuovi movimenti e vedono in ogni stimolo motorio qualcosa da imparare. Altri invece, sono poco interessati ad espandere la loro motricità.
Ecco l’importanza di instaurare e conquistare da parte del tecnico, la loro fiducia e tenere sempre alta la loro attenzione, accogliendo il giovane calciatore, dimostrandosi sempre sereno, trasmettendo l’amore e la passione per questo sport.
Cercando di creare un ambiente di lavoro allegro e motivante dove il bambino si diverte senza distinzioni o rivalità personali. Bisogna aiutarli a crescere individualmente e tecnicamente, in un ambiente dove esistono delle regole ed il rispetto reciproco tra compagni. Il tecnico funge da modello per i piccoli calciatori, e li aiuta a creare le giuste motivazioni, insegnando loro, con adeguate metodologie, le tecniche calcistiche. Cercare di variare in modo continuo l’allenamento, in modo che il bambino possa esprimere in toto le sue capacità, non annoiandosi e tenendo loro un dialogo adatto per l’età anagrafica che rappresentano. Un buon rapporto tra istruttore ed allievo è alla base del raggiungimento di taluni obiettivi. L’istruttore fornisce all’allievo un modello di riferimento solo se è preparato sul piano motorio ed è provvisto di abilità tecniche. Inoltre si richiede che rappresenti per l’allievo anche un modello avvincente e facilitante non solo il processo maturativo dell’identità personale del bambino, ma anche del giusto sviluppo relazionale con gli adulti ed i coetanei, rapportando l’attività sportiva alla crescita educativa.
E’ importante porsi nei confronti del bambino in modo autentico, facendo trasparire le proprie emozioni e, se lo ritiene opportuno, comunicare la propria esperienza. Oltremodo accettare l’allievo in modo positivo ed incondizionato, in altre parole accettare il bambino così com’è. In tal modo è più facile che avvengano presto cambiamenti nel senso del miglioramento. L’istruttore non deve mai formulare giudizi affrettati. Ed infine riuscire a comprendere in modo empatico, vale a dire ascoltare in modo attivo soprattutto quegli allievi che presentano maggiori difficoltà.
Nelle scuole calcio l’obiettivo primario deve essere quello dell’insegnamento delle abilità motorie, cui consegue un miglioramento delle tecniche calcistiche. Gli esercizi-giochi devono esser spiegati in modo semplice, con parole di facile comprensione e con poche regole, in modo veloce ed efficace senza portar via loro del tempo per giocare.
Se ci troviamo di fronte ad esercitazioni non capite o svolte in modo non adeguato, prima di alzare la voce e sgridarli, dobbiamo porci alcune domande:
Abbiamo spiegato bene l’esercizio? Era di facile esecuzione? Abbiamo dato delle regole chiare e definitive?
Il risultato non deve essere posto come qualcosa da raggiungere ad ogni costo. Il divertimento in allenamento ed in partita deve essere sempre presente. E’ necessario fare un distinguo tra vittoria e successo. Vincere non è tutto, è un obiettivo importante ma non l’unico. La sconfitta nella competizione non deve essere considerata un fallimento personale, perché anche in una sconfitta si possono individuare elementi da sviluppare, e miglioramenti che, quindi vanno considerati come un successo. Successo non è solo vincere ma, soprattutto, lottare con tale fine.
Ovviamente non si deve esasperare l’agonismo precoce che , in mancanza di risultati, può portare all’abbandono precoce. I tecnici devono sempre ricordarsi che hanno di fronte non adulti ma bambini che si trovano in una fase molto importante non solo dello sviluppo motorio, ma anche di quello psichico.
L’interazione tra tecnico ed allievo deve essere biunivoca in modo tale da garantire al bambino di apprendere ed all’adulto di migliorarsi.
Claudio De Martini
Il calcio è uno sport di squadra, dunque uno sport in cui il giocatore non può gareggiare senza l’apporto tecnico e tattico dei compagni. Il partecipare ad attività sportive in cui la disciplina praticata prevede l’interazione tra più soggetti appartenenti alla stessa squadra, porta a sentirsi uniti in una collettività cui si può assegnare il nome di gruppo.
Tutti gli appartenenti al gruppo si muovono in campo, interagendo, ed avendo finalità d’intenti ed obiettivi comuni.
Il bambino che si avvicina alla pratica del calcio, ha la necessità di giocare, in forma ludica, ma orientata ed organizzata, in modo da poter eseguire gesti tecnici sotto forma di giochi didattici, e giuochi in cui vi sia una componente prettamente coordinativa e generale d’indirizzo tecnico sportivo. Tutte queste linee guida trovano la loro maggiore applicazione nella psicomotricità. Per psicomotricità si considerano tutte quelle proposte che favoriscono lo sviluppo globale del bambino, nell’aspetto motorio, psicologico e cognitivo; ovvero proposte che aiutano il bambino nella maturazione corporea totale, utilizzando entrambe le mani ed i piedi, stimolando con appropriati esercizi l’uso indistinto di tutti gli arti, e di tutto il corpo. Nell’ambito del gruppo, il soggetto, dovrà conservare una sua identità e personalità. Queste non devono mai essere soppresse anzi esaltate soprattutto nella parte ludica dell’attività sportiva, sfruttando la spontaneità e la fantasia, senza condizionarli in stereotipi esercizi atletici. Non vi è dubbio che lo sport è una variante del giocare. Tuttavia il calcio, essendo uno sport ad alta semeiotricità, dove l’attività avviene in situazioni non sempre facilmente prevedibili, richiede una maturità della funzione motoria ed elevate competenze cognitive.
I bambini cui dedichiamo il nostro tempo, hanno comunemente poca capacità coordinativa e la loro lateralità non è ancora sviluppata, con la conseguente incapacità d’eseguire esercizi preconfezionati.
E’ fondamentale quindi far eseguire esercizi dove ci sia una componente globale, ed il tecnico non deve soffermarsi sull’aspetto di come sono eseguiti sotto il punto di vista tecnico, ma se l’esercizio viene eseguito in modo coordinato
concentrando la nostra attenzione sul controllo corporeo e coscienza corporea che deve avere il bambino.
Il nostro allenamento deve essere sviluppato innanzi tutto con giochi che sviluppano la conoscenza e l’apprendimento in forma divertente, finalizzato ad apprendere uno sport: il gioco del calcio.
Non dobbiamo giocare solo a calcio, ma dobbiamo giocare di più con il calcio!
Quando l’azione motoria assume il significato di mezzo operativo per raggiungere uno scopo, viene indicata con il termine strategico-tattica. Attraverso questi comportamenti il bambino esprime col gioco il linguaggio universale del corpo: il movimento. Ci sono bambini molto disponibili ad apprendere nuovi movimenti e vedono in ogni stimolo motorio qualcosa da imparare. Altri invece, sono poco interessati ad espandere la loro motricità.
Ecco l’importanza di instaurare e conquistare da parte del tecnico, la loro fiducia e tenere sempre alta la loro attenzione, accogliendo il giovane calciatore, dimostrandosi sempre sereno, trasmettendo l’amore e la passione per questo sport.
Cercando di creare un ambiente di lavoro allegro e motivante dove il bambino si diverte senza distinzioni o rivalità personali. Bisogna aiutarli a crescere individualmente e tecnicamente, in un ambiente dove esistono delle regole ed il rispetto reciproco tra compagni. Il tecnico funge da modello per i piccoli calciatori, e li aiuta a creare le giuste motivazioni, insegnando loro, con adeguate metodologie, le tecniche calcistiche. Cercare di variare in modo continuo l’allenamento, in modo che il bambino possa esprimere in toto le sue capacità, non annoiandosi e tenendo loro un dialogo adatto per l’età anagrafica che rappresentano. Un buon rapporto tra istruttore ed allievo è alla base del raggiungimento di taluni obiettivi. L’istruttore fornisce all’allievo un modello di riferimento solo se è preparato sul piano motorio ed è provvisto di abilità tecniche. Inoltre si richiede che rappresenti per l’allievo anche un modello avvincente e facilitante non solo il processo maturativo dell’identità personale del bambino, ma anche del giusto sviluppo relazionale con gli adulti ed i coetanei, rapportando l’attività sportiva alla crescita educativa.
E’ importante porsi nei confronti del bambino in modo autentico, facendo trasparire le proprie emozioni e, se lo ritiene opportuno, comunicare la propria esperienza. Oltremodo accettare l’allievo in modo positivo ed incondizionato, in altre parole accettare il bambino così com’è. In tal modo è più facile che avvengano presto cambiamenti nel senso del miglioramento. L’istruttore non deve mai formulare giudizi affrettati. Ed infine riuscire a comprendere in modo empatico, vale a dire ascoltare in modo attivo soprattutto quegli allievi che presentano maggiori difficoltà.
Nelle scuole calcio l’obiettivo primario deve essere quello dell’insegnamento delle abilità motorie, cui consegue un miglioramento delle tecniche calcistiche. Gli esercizi-giochi devono esser spiegati in modo semplice, con parole di facile comprensione e con poche regole, in modo veloce ed efficace senza portar via loro del tempo per giocare.
Se ci troviamo di fronte ad esercitazioni non capite o svolte in modo non adeguato, prima di alzare la voce e sgridarli, dobbiamo porci alcune domande:
Abbiamo spiegato bene l’esercizio? Era di facile esecuzione? Abbiamo dato delle regole chiare e definitive?
Il risultato non deve essere posto come qualcosa da raggiungere ad ogni costo. Il divertimento in allenamento ed in partita deve essere sempre presente. E’ necessario fare un distinguo tra vittoria e successo. Vincere non è tutto, è un obiettivo importante ma non l’unico. La sconfitta nella competizione non deve essere considerata un fallimento personale, perché anche in una sconfitta si possono individuare elementi da sviluppare, e miglioramenti che, quindi vanno considerati come un successo. Successo non è solo vincere ma, soprattutto, lottare con tale fine.
Ovviamente non si deve esasperare l’agonismo precoce che , in mancanza di risultati, può portare all’abbandono precoce. I tecnici devono sempre ricordarsi che hanno di fronte non adulti ma bambini che si trovano in una fase molto importante non solo dello sviluppo motorio, ma anche di quello psichico.
L’interazione tra tecnico ed allievo deve essere biunivoca in modo tale da garantire al bambino di apprendere ed all’adulto di migliorarsi.
Claudio De Martini
Iscriviti a:
Post (Atom)